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La comunità dopo la morte del Profeta (S)

In breve

Il metodo imamita ritiene che ciò che accadde dopo la morte del Profeta (S) non fu una mera divergenza politica, ma una prova per la comunità nell'attenersi al testo e al testamento; la Saqīfa, Fadak e l'ira di al-Zahrāʾ (A) rivelano l'estromissione della linea dell'imamato divino rappresentata dall'Imam Alì (A).

Premessa: l’essenza del conflitto… impegno legale o competizione politica?

La divergenza tra sunniti e sciiti non fu, in origine, una mera disputa giuridica secondaria, ma una divergenza sostanziale attorno alla prima, cruciale domanda dopo la morte del Profeta (): la comunità fu lasciata senza un pastore o un testo che ne guidasse il cammino, oppure la linea del messaggio continuò tramite una designazione divina infallibile?

E qui occorre sottolineare che la discussione sull’imamato dell’Imam Alì () non è una discussione arbitraria o superficiale, simile alla disputa su chi abbia diritto di vincere le elezioni politiche di uno Stato, ma è una discussione dottrinale profonda e cruciale che verte su chi si attenne ai comandi divini e ai testi profetici e chi non vi si attenne. Questo attenersi, o non attenersi, comportò una comprensione del tutto diversa dell’intera religione; l’aderire alla linea della Famiglia del Profeta () è ciò che preservò la purezza dottrinale, mentre la deviazione dal loro cammino condusse al sorgere di gravi deviazioni dottrinali nella comprensione della religione, e nel principio stesso dell’unicità divina () e degli attributi divini.

Per questo la Saqīfa non fu una mera «urna elettorale» che sbagliò nel risultato, ma fu l’inizio della deviazione dalla retta via tracciata da Allah, l’Altissimo, e dal Suo Messaggero ().


1. Le prove del testo e del testamento prima della Saqīfa

Gli sciiti fondano la legittimità dell’imamato del Principe dei credenti () su un sistema di testi continui registrati in tutte le principali opere dei musulmani, tra cui:

1. L’hadith di Ghadīr e la priorità nella disposizione

Il Profeta () pronunciò un discorso davanti alle folle dei pellegrini, dicendo:

«Di chi io sono il patrono, Alì ne è il patrono.»

Fonte: al-Tirmidhī (209–279 A.H. / 824–892 d.C.), Sunan al-Tirmidhī, Libro dei meriti, capitolo sui meriti di Alì ibn Abī Ṭālib (A), n. 3713.

E nella versione di Aḥmad ibn Ḥanbal (164–241 A.H. / 780–855 d.C.), appare con chiarezza la premessa vincolante che stabilisce la walāya e l’assoluto diritto di disposizione, poiché il Profeta () chiese dapprima:

«Non sono forse più prossimo ai credenti di loro stessi?»

Dissero: «Sì.» Allora disse:

«O Allah, di chi io sono il patrono, Alì ne è il patrono.»

Fonte: Aḥmad ibn Ḥanbal, Musnad Aḥmad, Musnad dei kufani, hadith di al-Barāʾ ibn ʿĀzib (morto nel 72 A.H. / 691 d.C.), n. 18507.

Questa sequenza è il pilastro fondamentale dell’argomentazione; poiché la parola «mawlā» giunge preceduta dall’affermazione della priorità — «più prossimo a voi» — ciò trasferisce il significato dal semplice affetto e soccorso emotivo alla walāya politica e religiosa assoluta.

2. L’hadith dei due pesi e l’autorità infallibile

Il Profeta () proclamò l’associazione della discendenza al Corano () per garantire il non sviamento, dicendo:

«Lascio tra voi i due pesi: il Libro di Allah… e la mia Famiglia; vi rammento Allah riguardo alla mia Famiglia.»

Fonte: Muslim ibn al-Ḥajjāj (204–261 A.H. / 820–875 d.C.), Ṣaḥīḥ Muslim, Libro delle virtù dei Compagni, capitolo sulle virtù di Alì ibn Abī Ṭālib (A), n. 2408.

L’associazione della Famiglia del Profeta () al nobile Corano, e l’aver reso l’attenersi a entrambi insieme una condizione per la salvezza dallo sviamento, indica razionalmente l’infallibilità () di questa autorità e la sua continuità dopo l’assenza del Profeta (); ed è ciò che demolisce l’ipotesi di aver lasciato la comunità a una consultazione senza freni.

3. L’hadith del rango e la successione generale

Il Profeta () disse all’Imam Alì ():

«Tu sei rispetto a me come Aronne rispetto a Mosè, salvo che dopo di me non vi è profeta.»

Fonte: al-Bukhārī (194–256 A.H. / 810–870 d.C.), Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Libro delle virtù dei Compagni, capitolo sui meriti di Alì ibn Abī Ṭālib (A), n. 3706; e Muslim, Ṣaḥīḥ Muslim, Libro delle virtù dei Compagni, n. 2404.

Il senso dell’indicazione qui è che Aronne era vizir di Mosè, socio nel suo comando e suo successore sul popolo durante la sua assenza; e l’eccezione della sola profezia nell’hadith lascia comprovati e saldi tutti quei ranghi e quelle competenze per l’Imam Alì ().


2. La Saqīfa e il nodo del «colpo di mano» politico

Mentre il corpo del Profeta () giaceva ancora composto, i notabili degli emigrati (muhājirūn) e degli ausiliari (anṣār) si affrettarono alla Saqīfa dei Banū Sāʿida in una febbrile corsa al potere. E le fonti storiche riferiscono i dettagli di questa riunione con ciò che ne condanna la legittimità stessa.

1. L’ammissione di ʿUmar sull’arbitrio e sull’assenza della consultazione

al-Bukhārī riferì il discorso di ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb (40 A.H. prima dell’Egira–23 A.H. / 584–644 d.C.), nel quale dichiarò con chiarezza il verificarsi dell’estromissione e del conflitto politico, dicendo:

«Gli ausiliari si opposero a noi e si riunirono tutti nella Saqīfa dei Banū Sāʿida, e si tennero lontani da noi Alì (), al-Zubayr e chi era con loro, mentre gli emigrati si strinsero attorno ad Abū Bakr.»

E nello stesso discorso ʿUmar pronunciò la sua celebre frase:

«Il giuramento ad Abū Bakr fu un colpo di mano improvviso (falta) che andò a buon fine; Allah ci risparmiò il suo male, ma chi torni a qualcosa di simile, uccidetelo.»

Fonte: al-Bukhārī, Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Libro delle pene legali, capitolo sulla lapidazione della donna incinta per adulterio se coniugata, n. 6830.

Questo testo è un fondamento sciita decisivo; ʿUmar descrive il giuramento ad Abū Bakr (50 A.H. prima dell’Egira–13 A.H. / 573–634 d.C.) come una «falta», cioè un evento improvviso senza ponderazione né consultazione, e stabilisce la pena capitale per chi la ripeta, il che invalida la pretesa che il califfato si sia fondato sul principio della consultazione divina consolidata.

2. La natura opportunistica e tribale della discussione

Nella Saqīfa non fu addotto alcun versetto o hadith relativo all’interesse religioso della comunità, ma il conflitto ruotò attorno alla tribù; gli ausiliari dissero: «Da noi un principe e da voi un principe», per timore che i Quraysh monopolizzassero il potere, e gli emigrati obiettarono che gli Arabi non si sottomettono se non a questo clan dei Quraysh.

Questo clamore e questo conflitto, conclusosi con l’approfittare dell’occasione e col tendere la mano per giurare fedeltà ad Abū Bakr anticipando gli eventi, rivela la scena di una crisi politica da cui furono assenti la pietà e la consultazione condivisa.


3. Il grande delitto… lasciare il Profeta (S) senza lavacro né sepoltura

Tra le realtà più amare nella coscienza storica sciita vi è la scena che seguì la morte; infatti i notabili della Saqīfa lasciarono il Messaggero di Allah (), di cui pretendono la compagnia e il rispetto del rango, e si precipitarono a strappare il potere, mentre l’Imam Alì () e i Banū Hāshim erano assorti nella grave sventura.

Si occuparono del lavacro del nobile corpo l’Imam Alì (), al-ʿAbbās ibn ʿAbd al-Muṭṭalib (56 A.H. prima dell’Egira–32 A.H. / 568–653 d.C.), al-Faḍl ibn al-ʿAbbās (morto nel 18 A.H. / 639 d.C.), Qutham ibn al-ʿAbbās (morto nel 57 A.H. / 677 d.C.), Usāma ibn Zayd (7 A.H. prima dell’Egira–54 A.H. / 615–674 d.C.) e Shuqrān, liberto del Messaggero di Allah () (morto nel 23 A.H. / 644 d.C.).

Fonte: Ibn Saʿd (168–230 A.H. / 784–845 d.C.), al-Ṭabaqāt al-kubrā, menzione di chi lavò il Messaggero di Allah (S), vol. 2, p. 277.

E questo conflitto politico durò a lungo, causando il ritardo nella sepoltura del corpo puro. ʿĀʾisha (9 A.H. prima dell’Egira–58 A.H. / 613–678 d.C.) riferisce:

«Non sapemmo della sepoltura del Messaggero di Allah () finché non udimmo il rumore delle vanghe nel cuore della notte di mercoledì.»

Fonte: Aḥmad ibn Ḥanbal, Musnad Aḥmad, Musnad delle donne, hadith di ʿĀʾisha, n. 26353.

Gli sciiti si domandano con riprovazione: quale rispetto per il rango della profezia, quale fedeltà alla compagnia si incarna nel lasciare il corpo del signore delle creature senza sepoltura per giorni, allo scopo di risolvere un conflitto di cariche? E se il califfato fosse stata una consultazione legale, non erano forse i più degni di esso e i più aventi diritto alla consultazione coloro che ne portavano il sangue, ne lavavano il corpo e lo seppellivano, come l’Imam Alì () e la Famiglia del Profeta ()?


4. La protesta dell’Imam Alì (A) e l’ammissione del potere dell’arbitrio

Il silenzio dell’Imam Alì () non fu consenso, ma custodia del nucleo dell’Islam dall’apostasia e dal conflitto armato; tuttavia egli levò la sua voce in protesta, registrando la sua oppressione.

al-Bukhārī riferisce che l’Imam Alì () affrontò Abū Bakr faccia a faccia, contestando la legittimità del loro passo, e gli disse:

«Ma tu ti sei arrogato su di noi il comando con l’arbitrio, mentre noi ritenevamo di avere una parte per la nostra parentela con il Messaggero di Allah ().»

Finché gli occhi di Abū Bakr traboccarono di lacrime.

Fonte: al-Bukhārī, Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Libro delle spedizioni, capitolo sulla spedizione di Khaybar, n. 4240.

Questo testo, nel più autentico dei libri sunniti, comprova che il Principe dei credenti () li affrontò con la parola «arbitrio», ribadì il suo diritto fondato sulla parentela e sul testo, e che egli non prestò loro giuramento per tutta la vita della Signora Fāṭima () (8 A.H. prima dell’Egira–11 A.H. / 614–632 d.C.), e non giurò se non costretto, dopo la sua morte e il restringersi delle opzioni politiche dinanzi a lui.


5. L’inconsistenza e la contraddizione del preteso sistema della consultazione

Gli sciiti adducono una prova razionale e storica decisiva che invalida la tesi della «consultazione» tracciando il meccanismo di trasmissione del potere, dove emerge la contraddizione stridente che comprova l’assenza di qualsiasi sistema legale definito seguito da quella gente:

  • Abū Bakr: giunse al potere tramite la «falta» della Saqīfa e cogliendo l’occasione dell’assenza dei Banū Hāshim.
  • ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb: non giunse affatto per consultazione, ma per designazione esplicita e diretta da parte di Abū Bakr, mentre questi era nella malattia mortale, avendo scritto il patto del califfato per ʿUmar e imponendolo alla gente.
  • ʿUthmān ibn ʿAffān (47 A.H. prima dell’Egira–35 A.H. / 576–656 d.C.): giunse tramite il sistema della consultazione dei sei membri condizionata, in cui ʿUmar ristrinse la questione a sei persone e stabilì un meccanismo che garantisse la prevalenza di ʿUthmān, rendendo il voto di ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf (44 A.H. prima dell’Egira–32 A.H. / 580–652 d.C.) l’ago della bilancia, e minacciando di uccidere chi si opponesse a questo consiglio pilotato.

E riguardo alla successione di ʿUmar, al-Ṭabarī (224–310 A.H. / 839–923 d.C.) riferisce:

«Abū Bakr si affacciò sulla gente dalla sua stanza… e disse: “Siete soddisfatti di colui che vi ho designato? Per Allah, non ho risparmiato sforzo di riflessione, né ho preposto un parente; ho designato ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb: ascoltatelo e obbeditegli.” Dissero: “Abbiamo ascoltato e obbediamo.”»

Fonte: al-Ṭabarī, Tārīkh al-Ṭabarī, eventi dell’anno 13 A.H., vol. 3, p. 429.

E nella consultazione dei sei, ʿUmar disse:

«Se si dividono in tre e tre, prendete il parere di quelli tra cui vi è ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf, e uccidete gli altri se si oppongono.»

Fonte: al-Ṭabarī, Tārīkh al-Ṭabarī, vol. 4, p. 229; e Ibn al-Athīr (555–630 A.H. / 1160–1233 d.C.), al-Kāmil fī al-tārīkh, vol. 3, p. 35.

E qui gli sciiti pongono una domanda decisiva: se la consultazione era un principio religioso a cui si attennero, perché Abū Bakr la infranse designando ʿUmar senza tornare alla comunità? E se la designazione e la successione individuale erano lecite legalmente, perché si ritiene eccessivo che il Messaggero di Allah () designi Alì (), che è l’infallibile sostenuto dal Cielo? Questa contraddizione comprova la nullità della pretesa della consultazione nel suo insieme e rivela il loro non rispetto perfino della logica che essi stessi hanno affermato.


6. L’oppressione di al-Zahrāʾ (A), Fadak e la cospirazione dell’assedio economico

La questione di Fadak non fu una semplice disputa immobiliare, ma uno scontro politico ed economico volto ad assediare l’Imam Alì () e a indebolirne il fronte, tramite la confisca della terra che era nelle mani della Signora Fāṭima () come dono di suo padre in vita, o come eredità legittima.

Abū Bakr addusse, per negare l’eredità, un hadith che egli solo riferì, dicendo:

«Il Messaggero di Allah () disse: “Noi [profeti] non lasciamo eredità; ciò che lasciamo è elemosina.”»

Fonte: al-Bukhārī, Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Libro dell’obbligo del quinto, capitolo sull’obbligo del quinto, n. 3093.

Dinanzi a questo diniego, la Signora Fāṭima () si mosse per mostrare la nullità di questa pretesa, che si scontra apertamente con il testo saldo del Libro di Allah e con le regole coraniche delle eredità; uscì dunque alla moschea e pronunciò il suo discorso di Fadak davanti alle folle.

al-Zahrāʾ () affilò i versetti del Corano per confutare la tradizione, dicendo con riprovazione:

«È forse deliberatamente che avete abbandonato il Libro di Allah e l’avete gettato dietro le vostre spalle? Poiché Egli dice: “E Salomone ereditò da Davide”, e disse, narrando la vicenda di Giovanni figlio di Zaccaria: “Concedimi da parte Tua un erede che erediti da me ed erediti dalla famiglia di Giacobbe”… Vi ha forse Allah privilegiato con un versetto da cui ha escluso mio padre? Oppure dite che gente di due religioni diverse non erediti l’una dall’altra?»

Fonte: Abū al-Faḍl Aḥmad ibn Abī Ṭāhir Ṭayfūr (204–280 A.H. / 819–893 d.C.), Balāghāt al-nisāʾ, p. 16; e al-Ṭabarsī (468–548 A.H. / 1075–1153 d.C.), al-Iḥtijāj, vol. 1, p. 102.

al-Zahrāʾ () svelò nel suo discorso lo spirito eversivo che serpeggiava in quella gente, considerando che la confisca del suo bene lecito e la smentita della sua pretesa fossero un affronto alla purezza della casa in cui era sceso il Corano, la casa della Famiglia del Profeta () da cui Allah ha allontanato la sozzura e che ha purificato interamente.


7. L’audacia della smentita… il rifiuto della testimonianza degli infallibili e la smentita della rivelazione

L’essenza del conflitto nella questione di Fadak e dell’eredità non fu una comune disputa giudiziaria, ma l’incarnazione dell’audacia del potere dominante nello smentire i veritieri che Allah ha purificato nel Suo Libro. Quando la Signora Fāṭima al-Zahrāʾ () reclamò il suo diritto a Fadak, Abū Bakr la affrontò con la smentita diretta della sua pretesa, e respinse le testimonianze decisive che ella presentò, calpestando il suo rango e il rango dei testimoni presso Allah e il Suo Messaggero ().

Il contesto della tradizione e il rifiuto dei testimoni

al-Zahrāʾ () chiarì che Fadak era di sua proprietà perché il Messaggero di Allah () gliel’aveva donata in vita; ma Abū Bakr non le credette e le chiese una prova e dei testimoni di questo dono. Ella allora portò il Principe dei credenti l’Imam Alì ibn Abī Ṭālib () a testimoniare per lei, e portò i due nipoti del Messaggero di Allah, gli Imam al-Ḥasan () e al-Ḥusayn (), e Umm Ayman (morta verso il 24 A.H. / 645 d.C.).

E qui si consumò lo shock storico; poiché respinsero la testimonianza dell’Imam Alì () con la scusa che era suo marito, e respinsero la testimonianza di al-Ḥasan () e al-Ḥusayn () con la scusa che erano i suoi figli e minori, la cui testimonianza a favore della madre non è ammessa.

Fonte: Abū Bakr Aḥmad ibn ʿAbd al-ʿAzīz al-Jawharī (morto nel 323 A.H. / 935 d.C.), al-Saqīfa wa-Fadak, p. 103; e Ibn Abī al-Ḥadīd (586–656 A.H. / 1190–1258 d.C.), Sharḥ Nahj al-balāgha, vol. 16, p. 274, riportando da al-Jawharī.

La discussione e l’analisi dottrinale

Questo agire da parte di Abū Bakr e ʿUmar non fu un mero rifiuto della testimonianza di individui comuni in un tribunale umano, ma è in realtà una smentita palese di Allah, l’Altissimo, e del Suo Messaggero ().

  • La smentita del versetto della purificazione e dell’infallibilità di al-Zahrāʾ (A): la Signora Fāṭima al-Zahrāʾ () è, per testo del nobile Corano, tra coloro da cui Allah ha allontanato la sozzura e che ha purificato interamente nel versetto della purificazione:

«Allah non vuole altro che allontanare da voi ogni sozzura, o gente della Casa, e purificarvi interamente.» (al-Aḥzāb: 33)

Chi dunque smentisce Fāṭima () e le chiede un testimone, è come se ritenesse per lei possibile la menzogna e la sozzura; e questa è una smentita diretta della volontà divina e una smentita della parola del Messaggero di Allah ():

«Fāṭima è la signora delle donne del Paradiso.»

Fonte: al-Bukhārī, Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, n. 3714.

  • Il rifiuto della testimonianza del metro della verità, l’Imam Alì (A): respinsero la sua testimonianza con la scusa dell’interesse personale, benché il Profeta () avesse detto:

«Alì è con il Corano e il Corano è con Alì; non si separeranno finché non mi raggiungeranno al bacino.»

Fonte: al-Ḥākim al-Nīsābūrī (321–405 A.H. / 933–1014 d.C.), al-Mustadrak, vol. 3, p. 134.

E il Profeta () disse:

«O Allah, fa’ girare la verità con Alì dovunque egli giri.»

Fonte: al-Tirmidhī, Sunan al-Tirmidhī, n. 3714.

Chi dunque ha con sé la verità che gira, come può essere respinta la sua testimonianza?

  • Il rifiuto della testimonianza dei due signori dei giovani del Paradiso, al-Ḥasan (A) e al-Ḥusayn (A): si appellarono al fatto che erano figli e minori, nonostante il testo profetico continuo:

«Al-Ḥasan e al-Ḥusayn sono i due signori dei giovani del Paradiso.»

Fonte: al-Tirmidhī, Sunan al-Tirmidhī, n. 3768.

Coloro per i quali il Messaggero di Allah () testimonia la signoria delle genti del Paradiso, non possono essere sfiorati dalla menzogna o dalla falsità in qualsiasi età si trovino.

Questo episodio svela che quella gente non si muoveva con una logica legale immune, ma con una logica politica; perché riconoscere la veridicità di al-Zahrāʾ () e dei testimoni significava riconoscere il loro assoluto diritto all’imamato legittimo designato per testo.


8. La filosofia storica della sepoltura segreta… l’ira di al-Zahrāʾ (A) come traccia del delitto

L’insistenza della Signora Fāṭima al-Zahrāʾ (), nel suo testamento al Principe dei credenti l’Imam Alì ibn Abī Ṭālib (), affinché fosse sepolta in segreto nel buio della notte, che il luogo della sua tomba fosse celato, e che non assistessero al suo funerale né pregassero su di lei Abū Bakr e ʿUmar in particolare, fu un piano divino tracciato da al-Zahrāʾ () con somma saggezza, per registrare una presa di posizione perentoria che valicasse le epoche, e per lasciare una traccia storica su cui le generazioni future e i ricercatori della storia si interrogassero: perché la figlia del nobilissimo Profeta () è sepolta in segreto e la sua tomba muore con lei?

Il testo del testamento sulla sepoltura notturna e sull’esclusione dei governanti

Le tradizioni concordano, nei libri dei musulmani, sull’esecuzione da parte dell’Imam Alì () di questo severo testamento, in ottemperanza al suo ordine (). al-Bukhārī riferisce:

«Quando morì, la seppellì di notte suo marito Alì, e non ne diede avviso ad Abū Bakr, e pregò su di lei.»

Fonte: al-Bukhārī, Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Libro delle spedizioni, capitolo sulla spedizione di Khaybar, n. 4240.

E Ibn Qutayba al-Dīnawarī (213–276 A.H. / 828–889 d.C.) riferisce che Fāṭima () disse ad Abū Bakr e ʿUmar:

«Chiamo a testimoni Allah e i Suoi angeli che voi due mi avete fatta adirare e non mi avete soddisfatta.»

E disse ad Alì ():

«Ti raccomando che nessuno di questi che mi hanno fatto torto assista al mio funerale… e che tu mi seppellisca di notte, quando gli occhi si sono quietati e gli sguardi hanno dormito.»

Fonte: Ibn Qutayba, al-Imāma wa-l-siyāsa, vol. 1, pp. 31–32.

L’analisi razionale e il vaglio storico

Dinanzi a quest’ira fatimide fulminante e a questa sepoltura celata di notte, il ricercatore si trova davanti a due possibilità, senza una terza:

  • La prima possibilità: che la Signora Fāṭima al-Zahrāʾ () — Allah ci scampi — non fosse nel giusto nella sua ira, e che fosse uscita dal segno del corretto reclamando ciò che non le spettava, per effetto di un’emozione umana.

Il porre qui questa possibilità è a titolo di pura argomentazione razionale e di dimostrazione dialettica ipotetica, esattamente come Allah, l’Altissimo, argomentò nel Suo Libro saldo con la condizione ipotetica per stabilire la prova e invalidare le pretese degli avversari:

«Di’: Se il Compassionevole avesse un figlio, io sarei il primo ad adorarlo.» (al-Zukhruf: 81)

L’esistenza di un figlio per il Compassionevole è razionalmente impossibile, ma la menzione dell’ipotesi e della condizione qui è giunta per vincolare l’altra parte con la prova, stabilire l’argomento decisivo e confutarne le pretese.

E allo stesso modo, l’ipotesi della non-verità di al-Zahrāʾ () è un’ipotesi nulla e impossibile, che il Corano saldo e il consenso islamico fanno cadere; poiché Allah, l’Altissimo, ha testimoniato la sua infallibilità e la sua assoluta purezza da ogni sozzura nel versetto della purificazione, e non vi è un solo musulmano sulla faccia della terra che neghi l’inclusione decisiva del versetto per Fāṭima al-Zahrāʾ (). Dunque questa possibilità è caduta per prova decisiva.

  • La seconda possibilità: che la Signora Fāṭima al-Zahrāʾ () fosse pienamente nel giusto nella sua ira e nel suo distacco da Abū Bakr e ʿUmar. E se è comprovato con certezza che ella era nel giusto per i versetti e gli hadith continui, allora siamo davanti a un’ammissione storica decisiva che una cosa grave e immensa è accaduta, e che il potere costituito ha commesso un delitto grave che ha reso necessaria l’ira della parte scelta del Prescelto ().

L’equazione infallibile e la caduta della legittimità

  • Fāṭima () morì adirata contro Abū Bakr e ʿUmar e restò da loro distaccata fino alla morte. Fonte: al-Bukhārī, Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, n. 4240.
  • L’ira di Fāṭima () è la stessa ira del Messaggero di Allah (), per la sua parola:

«Fāṭima è parte di me: chi la fa adirare fa adirare me.»

Fonte: al-Bukhārī, Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, n. 3714.

  • L’ira del Messaggero di Allah () rende necessaria l’ira di Allah, l’Altissimo, e la maledizione; Egli dice:

«In verità coloro che offendono Allah e il Suo Messaggero, Allah li maledice in questa vita e nell’altra.» (al-Aḥzāb: 57)

La sepoltura notturna e l’occultamento della tomba sono il documento storico permanente che al-Zahrāʾ () ha lasciato, ritto davanti alle generazioni, per confermare a ogni ricercatore della verità che l’era della Saqīfa fu costruita sull’usurpazione delle luci e sulla deviazione della comunità.


9. La lettura coranica dell’evento del colpo di mano

Gli sciiti non si stupiscono del verificarsi di questa deviazione e di questo aggiramento del testamento profetico; perché il nobile Corano stesso ha posto chiaramente la possibilità e ha messo in guardia i musulmani dalla defezione politica e pratica alla sola assenza della guida educatrice.

L’indagine si appoggia alle Sue parole:

«Muḥammad non è che un messaggero, prima del quale altri messaggeri sono passati. Se dunque morisse o venisse ucciso, tornereste sui vostri passi? Chi torna sui suoi passi non danneggia in nulla Allah.» (Āl ʿImrān: 144)

Il versetto è esplicito nel dire che la pretesa compagnia non è un lasciapassare divino che impedisca la deviazione, e che la comunità è esposta alla ricaduta e al tornare sui propri passi. E il tornare indietro qui è un tornare indietro dal sistema divino nella gestione della società, l’estromissione del secondo peso, cioè la Famiglia del Profeta (), e l’anteporre i calcoli degli interessi tribali ai testi del Cielo e ai comandi di Allah e del Suo Messaggero ().


Sintesi dell’indagine e conclusione cruciale

Dal concorso delle prove tradizionali, storiche e razionali risulta chiaro che la comunità, rappresentata dal suo potere dominante di allora, deviò nella prima prova dopo l’assenza del Profeta (). La consultazione con cui si argomenta per comprovare il califfato di Abū Bakr, ʿUmar e ʿUthmān è una tesi inconsistente e inventata; iniziò infatti con una «falta» arbitraria che estromise l’Imam Alì () e i Banū Hāshim, si trasformò in una «designazione» diretta di ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, e si concluse con una «commissione pilotata» che impose ʿUthmān sotto la minaccia delle armi.

Questa ribellione contro il testo e la designazione divina non fu un mero errore nella gestione di uno Stato, ma fu la disobbedienza effettiva da cui si diramarono tutte le deviazioni dottrinali e sull’unicità divina che la comunità conobbe in seguito. Poiché, mentre la linea infallibile della Famiglia del Profeta () preservò la verità del puro tawhid, l’altro percorso causò la deformazione dei concetti e la perdita del testamento profetico; sicché l’oppressione di al-Zahrāʾ (), la sua ira e la sua tomba celata di notte restano il più grande testimone storico del fatto che la comunità tornò sui suoi passi e non si attenne al patto.

La Saqīfa non fu una mera divergenza amministrativa dopo la morte del Profeta (S), ma fu l'inizio della prova della comunità nell'attenersi al testo divino e al testamento profetico.