Un viaggio di ragione, fede e verità

Un percorso di ricerca dalla A alla Z

Una roadmap logica, passo dopo passo, per affrontare gli insegnamenti islamici con razionalità, chiarezza e scopo.

Origine

I generi dell'esistenza: il materiale e l'immateriale

In breve

L'esistenza non si riduce alla materia; vi è un'esistenza materiale e sensibile e un'esistenza immateriale che le menti colgono nelle leggi, nei significati, nella coscienza e nello spirito.

Premessa: la natura dell’esistenza

Dopo che la dimostrazione razionale si è assestata e ci ha condotti, con necessità logica, ad affermare la Prima Causa e l’esistenza del Creatore, l’indagine filosofica impone di passare a una domanda essenziale e complementare: che cos’è questa esistenza che Allah ha portato all’essere, o che la Prima Causa ha effuso? È forse soltanto questo universo comunemente noto con i suoi corpi celesti, i suoi pianeti, le sue galassie e i suoi atomi? Vale a dire: l’intera esistenza si riduce a questo mondo materiale, tangibile e fisico, soggetto al laboratorio e ai sensi?

Determinare una risposta precisa a questa domanda rappresenta la pietra angolare per comprendere la natura del realizzarsi; o infatti tutto ciò che il Creatore ha portato all’essere è racchiuso nell’orizzonte della materia, oppure l’esistenza ha altre dimensioni e altri recessi che oltrepassano i limiti dell’osservazione sensibile. E affinché l’indagine proceda lungo una linea ascendente e coerente, il metodo dimostrativo esige che cominciamo anzitutto con l’esame delle prove razionali e delle osservazioni interiori che ci scompongono la struttura di questa esistenza e i suoi generi essenziali.


1. Le prove razionali della divisione dell’esistenza in materiale e immateriale

I filosofi non giunsero all’esistenza del mondo immateriale per intuizione o congettura, ma attraverso la legge della distinzione e dell’opposizione logica; scoprirono infatti che ridurre l’esistenza alla materia fa cadere la mente in contraddizioni logiche irrisolvibili. Ecco le prove razionali e le osservazioni interiori che dimostrano questa divisione.

1. La prova dei concetti universali e delle leggi matematiche

Se tutto ciò che è nell’esistenza fosse materiale, allora ogni esistente dovrebbe essere soggetto alle dimensioni, al peso e al cambiamento. Ma esaminando le leggi matematiche e geometriche, le troviamo verità assolute e valide, su cui si costruiscono le scienze e la tecnologia.

E se scandagliassimo tutto l’universo materiale, non troveremmo una «linea retta senza larghezza» dotata di esistenza fisica tangibile. Sono esistenti reali e stabili, ma la loro sede di esistenza è l’orizzonte immateriale, spoglio della materia e dei suoi accidenti. Lo stesso vale per i concetti morali universali come la giustizia e la verità; la giustizia non è un corpo che vediamo in laboratorio, e tuttavia è una realtà effettiva che cogliamo e distinguiamo dall’ingiustizia, e l’assenza della materialità in essa non ne nega l’esistenza, ma ne conferma l’immaterialità. Platone (circa 427–347 a.C.) rappresentò chiaramente questo orientamento nel suo discorso sugli universali e sulle idee.

2. La prova della materia e della forma universale

Aristotele (384–322 a.C.) non dimostrò l’esistenza immateriale con una totale separazione dal mondo della materia, ma attraverso l’anatomia della cosa materiale stessa mediante la teoria della «materia e forma» (Hylomorphism).

Se osservi una sedia di legno, essa si costituisce di una materia, che è il legno, e di una forma, che è la struttura geometrica della sedia. Il legno, in quanto materia, può cambiare, trasformandosi in tavolo o bruciando e diventando cenere. La forma universale della sedia o del tavolo nella mente, invece, è una realtà stabile e immateriale che non brucia e non perisce. E se non esistesse la forma immateriale e stabile nella mente, la materia resterebbe indeterminata e senza definizione. Ogni essere nell’universo è dunque composto di una materia mutevole e di una forma immateriale stabile, che conferisce alla cosa la sua identità e il suo genere.

3. La prova della semplicità dell’io che percepisce

Questa prova, che nella filosofia moderna si è legata a René Descartes (1596–1650 d.C.), si basa su una regola logica che dice: gli attributi del contenuto indicano gli attributi del contenente. Nel mondo materiale, ogni recipiente che si divide, divide automaticamente ciò che contiene. La materia è estesa nello spazio e ammette divisione e frammentazione.

Al contrario, quando cogli una verità intellettuale universale, questa idea è una realtà semplice e unitaria che è impossibile frazionare; non puoi logicamente dire: pongo metà di questa informazione nel lato destro del mio cervello e l’altra metà nel lato sinistro. E poiché l’idea e la coscienza sono semplici e immateriali e non ammettono divisione, la sede che le riceve, ossia l’anima o lo spirito, deve necessariamente, per necessità logica, essere semplice e immateriale come esse; perché nel materiale non si insedia se non ciò che si divide con la sua divisione.

4. La prova del mulino e l’impossibilità della materialità del pensiero

Gottfried Wilhelm Leibniz (1646–1716 d.C.) formulò questa prova per confutare l’idea che pretende che la materia possa produrre coscienza o pensiero attraverso la sua composizione meccanica.

Leibniz ci chiede di immaginare il cervello umano ingrandito geometricamente fino a diventare grande come un enorme mulino in cui possiamo entrare e aggirarci. Se ci aggirassimo dentro questo cervello ingrandito, tutto ciò che vedremmo sarebbe un movimento di ingranaggi, molecole che si urtano tra loro e correnti elettriche che si spostano da un luogo all’altro. Per quanto scandagliassimo dentro questo meccanismo materiale, non troveremmo nulla che si chiami idea, sentimento o percezione; troveremmo solo movimento materiale. E poiché il movimento materiale non produce che movimento materiale come esso, mentre la coscienza e la percezione esistono realmente, esse non appartengono alla macchina materiale, ma sono un’esistenza immateriale e semplice, del tutto diversa dalla materia.

5. La prova della libertà morale e del determinismo della materia

Questa prova, in Immanuel Kant (1724–1804 d.C.) e in chi ne segue la via, parte dal comportamento e dalla volontà umana per dimostrare l’esistenza di un mondo che oltrepassa la materia.

Tutto ciò che è nel mondo materiale è soggetto al determinismo fisico fondato sulla causa e sull’effetto; la roccia cade per effetto della gravità, costretta, e l’acqua bolle in virtù del calore, costretta. Se l’uomo fosse pura materia, tutti i suoi pensieri e comportamenti sarebbero costretti e soggetti al determinismo fisico-chimico del cervello. Ma l’uomo possiede una libera volontà (Free Will) e avverte la responsabilità morale; egli sceglie tra la verità e la menzogna, tra la giustizia e l’ingiustizia. E poiché la libertà e la morale sono realtà interiori innegabili, ed è impossibile che si diano nel mondo materiale deterministico, la ragione giudica che l’uomo ha una dimensione che appartiene a ciò che è oltre la materia, ossia un’esistenza immateriale non governata dalle leggi fisiche della materia.

6. La prova dell’impossibilità dell’impressione del grande nel piccolo

Nel mondo materiale, affinché l’immagine di una cosa grande si imprima dentro una cosa piccola, l’immagine deve rimpicciolirsi fisicamente o frazionarsi, come l’imprimersi di un’enorme montagna su un piccolo sensore fotografico. Ma quando chiudi gli occhi e immagini il vasto universo con le sue immense galassie, questa colossale immagine si presenta nella tua coscienza con le sue gigantesche dimensioni; non la vedi rimpicciolita come un francobollo, ma la vedi nella sua grandezza.

E poiché il cervello materiale, in quanto organo fisico, non supera nella sua dimensione pochi centimetri, è logicamente impossibile l’insediarsi del grande nel piccolo in modo materiale. Questa presenza delle cose grandi con le loro dimensioni dentro la tua coscienza dimostra che la facoltà percettiva non è un luogo fisico angusto, ma è un orizzonte esistenziale immateriale che non soggiace alle leggi dell’area e della dimensione materiale.

7. La prova delle qualità psichiche contro le quantità materiali

Ogni fenomeno materiale può essere misurato quantitativamente ed espresso nel linguaggio dei numeri e delle misure. Al contrario, troviamo che gli stati umani e la coscienza, come la sensazione del dolore, il gusto estetico, la libera volontà e l’intenzione, sono qualità interiori (Qualia) e non quantità.

Se portassimo i più moderni apparecchi a monitorare il cervello di una persona che soffre, l’apparecchio non rileverebbe che movimenti chimici e segnali nervosi, ma non rileverebbe la carica interiore stessa; non possiamo dire che questa persona sente cinque chilogrammi di dolore. Questa differenza essenziale dimostra che i segnali nervosi sono uno strumento, mentre il vero soggetto senziente è un’esistenza immateriale che appartiene al mondo della qualità e non al mondo della materia e della quantità.


2. La definizione del materiale e dell’immateriale e come i filosofi l’hanno formulata

Dopo l’assestarsi delle prove della divisione, si sono distinte le definizioni e le proprietà essenziali di ciascun genere nel pensiero filosofico.

1. L’esistenza materiale: la sua definizione e le sue proprietà

La materia è ogni esistente che occupa uno spazio, ha una massa ed è oggetto della percezione sensoriale e della misurazione fisica. Si distingue per tre proprietà strutturali:

  • L’estensione e le dimensioni (Extension and Dimensions): tutto ciò che è materiale si divide nello spazio e ha dimensioni — lunghezza, larghezza e profondità — il che lo rende inevitabilmente frazionabile e divisibile.
  • Il movimento e il cambiamento continuo (Motion and Change): la materia non resta in un solo stato, ma è in un divenire perpetuo e in una trasformazione continua da una forma all’altra, come la crescita e la decomposizione.
  • Il perire e la dissoluzione (Corruption and Dissolution): a causa della sua divisibilità e del suo essere influenzata dal tempo, i composti materiali sono inevitabilmente destinati alla disgregazione e alla dissoluzione, e alla mancanza di permanenza dell’identità composta.

2. L’esistenza immateriale: la sua definizione e le sue proprietà

L’immateriale (Immaterial / Abstract) è l’esistenza effettiva e reale che è spoglia della materia e dei suoi accidenti; non occupa uno spazio, non soggiace alle misure fisiche, ma è stabile e realizzata. Si distingue per proprietà opposte a quelle della materia:

  • La semplicità e l’indivisibilità (Simplicity and Indivisibility): l’esistente immateriale non ha dimensioni e non si estende nello spazio, e pertanto è impossibile dividerlo o frazionarlo; è un’unità unica e semplice.
  • La stabilità permanente (Immutability): l’immateriale è al di fuori del quadro del tempo e dello spazio fisici, sicché su di esso non decorre il movimento corporeo e non muta in se stesso, ma conserva la sua realtà e la sua sostanza senza divenire.

3. Come lo hanno definito i filosofi?

Pitagora (circa 570–495 a.C.) e i pitagorici definirono l’immaterialità attraverso la loro contemplazione dei numeri; le cose materiali numerate periscono e mutano, mentre il numero e le leggi matematiche in se stesse sono verità assolute e stabili, che non periscono e non si toccano con mano, sicché conclusero che la vera sostanza dell’universo è un mondo di verità matematiche immateriali.

Parmenide (circa 515–450 a.C.) distinse logicamente tra il mondo dei sensi, materiale, che vide come il mondo del divenire e del cambiamento, e il mondo dell’intelletto, in cui l’esistenza reale è stabile, una, immutabile e indivisibile.

Platone (Plato), invece, formulò la sua celebre prova fondata sulle essenze universali attraverso la teoria delle idee (Theory of Forms), affermando con certezza che i concetti universali stabili nelle nostre menti non possono sorgere da un mondo materiale mutevole e caduco, ma esistono in un mondo indipendente, semplice e luminoso, il mondo delle idee, e il mondo della materia non è che una loro ombra deformata.

Aristotele (Aristotle) dimostrò l’immaterialità dall’interno delle cose stesse attraverso la teoria della materia e della forma; gli esseri si costituiscono di una materia prima soggetta al cambiamento e di una forma universale (Form), che è una realtà intellettuale immateriale e stabile, la quale conferisce alla materia la sua realtà e il suo genere.

René Descartes (René Descartes) fondò un netto dualismo (Cartesian Dualism) in cui dimostrò che la proprietà fondamentale di tutto ciò che è materiale è l’estensione, mentre la proprietà fondamentale dell’anima è il pensiero e la coscienza. E poiché sono due attributi contraddittori, l’io pensante non ha bisogno, nella sua esistenza essenziale, della materia.

Gottfried Wilhelm Leibniz (Gottfried Wilhelm Leibniz) propose la prova del mulino e dimostrò che la coscienza appartiene a una sostanza semplice, indivisibile e immateriale, spoglia della materia e dei suoi accidenti fisici, e la chiamò «le monadi» (Monads), cioè le sostanze singole e immateriali.

Baruch Spinoza (1632–1677 d.C.), invece, dimostrò che l’esistenza ci si manifesta attraverso due attributi distinti: l’attributo dell’estensione, che è la materia fisica, e l’attributo del pensiero, che è la coscienza e la mente immateriale, il che significa che l’atto intellettuale non è una forma dell’estensione materiale.

Immanuel Kant (Immanuel Kant) distinse tra il mondo dei fenomeni materiali (Phenomena), soggetto ai sensi e alle deterministiche leggi della fisica, e il mondo della cosa in sé immateriale (Noumena), in cui si realizzano l’anima e la libertà morale, dimostrando che, se l’uomo fosse pura materia soggetta al determinismo fisico, non possiederebbe una libera volontà.

Fakhr al-Dīn al-Rāzī (544–606 A.H. / 1150–1210 d.C.) formulò prove razionali per dimostrare l’autonomia dell’anima dallo spazio e dal luogo, tra cui la prova dell’astrazione dal corpo; egli chiarisce che l’uomo può immergersi in un profondo pensiero intellettuale che lo fa del tutto astrarre dai suoi arti e dal suo corpo, e nondimeno la sua coscienza di sé e il suo sentirsi esistere restano al culmine della vigilanza, il che dimostra che l’io cosciente è diverso dal corpo materiale.

Edmund Husserl (1859–1938 d.C.) restituì valore all’immaterialità attraverso il principio dell’intenzionalità (Intentionality) nella coscienza; la coscienza si distingue perché oltrepassa il cervello materiale per connettersi a cose fuori dal tempo e dallo spazio, come il pensare al concetto di giustizia assoluta. E se la coscienza fosse una mera reazione chimica racchiusa dentro il cranio, non potrebbe uscirne e oltrepassare i suoi confini fisici.


3. Gli altri esseri materiali alla bilancia dell’immaterialità

I filosofi non hanno limitato la loro visione dell’immaterialità al Creatore e all’uomo, ma hanno sottoposto gli esseri materiali inerti, come gli atomi, i pianeti e le galassie, e gli esseri viventi come la pianta, per chiarirne la realtà: sono pura materia solida, oppure hanno una parte dell’orizzonte dell’immaterialità? E le loro opinioni si sono diversificate secondo le grandi scuole.

1. L’analisi strutturale nella scuola peripatetica

Aristotele e la sua scuola, e con loro Ibn Sīnā (370–428 A.H. / 980–1037 d.C.) nel proseguimento della filosofia peripatetica islamica, ritengono che ogni essere materiale osservato nell’universo non possa realizzarsi all’esterno se non con la composizione sostanziale tra la materia e la forma.

La materia prima (hyle) è il lato puramente fisico nel pianeta o nell’inanimato, ed è una materia cieca, priva di qualsiasi tratto o forma e soggetta al cambiamento perpetuo. La forma specifica (Universal Form), invece, è il lato immateriale e stabile; il pianeta non è un ammasso di particelle casuali, ma nella sua materia è stata infusa una forma planetaria immateriale che gli conferisce le leggi astronomiche, l’ordine e l’identità stabile. Lo stesso vale per la pianta, governata da una forma vegetale immateriale che amministra le sue funzioni, come la crescita e la nutrizione.

La conclusione è che i pianeti e gli inanimati sono esseri materiali nei loro corpi e nelle loro strutture astronomiche, ma sono governati e costituiti da forme e leggi immateriali. E se non fosse per questo principio immateriale, la materia non si distinguerebbe né si regolerebbe in leggi fisiche stabili.

2. La scuola platonica e la teoria delle idee

Platone (Plato) andò verso una tendenza più radicale; ritenne infatti che i pianeti, le stelle, gli inanimati e gli animali che vediamo con i nostri occhi non possiedano una realtà originaria in questo mondo fisico.

Ogni corpo celeste o essere inerte su cui cadono i sensi è una mera ombra materiale e mutevole di un’origine reale, stabile, universale e luminosa che dimora in un mondo indipendente, il mondo delle idee (Theory of Forms). I pianeti osservati sono ombre passeggere dell’idea del pianeta perfetto e immateriale, stabile in quell’orizzonte luminoso.

3. La scuola esistenziale e il movimento sostanziale

Mullā Ṣadrā (979–1050 A.H. / 1571–1640 d.C.) rifiutò l’idea dell’inerzia della materia nei corpi e negli atomi, e le conferì una dimensione intensiva che la lega all’immaterialità.

Per lui l’esistenza è un unico flusso, e la materia nel pianeta o nell’inanimato non è inerte, ma è in uno stato di movimento e di intensificazione perpetua in se stessa e nella sua sostanza. Gli esseri inerti racchiudono interiormente un grado inferiore e semplice di comportamento esistenziale, e si muovono verso l’alto nelle loro fasi, tendendo intrinsecamente verso la liberazione graduale dai vincoli della pura materia e verso l’avvicinamento a gradi più elevati nell’orizzonte del realizzarsi e dell’immaterialità.


4. Dio è materiale o immateriale?

Sulla base della precedente distinzione logica tra il materiale e l’immateriale, l’indagine razionale si dirige verso la Prima Causa per conoscere l’essenza di questa esistenza. E la ragione giudica in modo decisivo che , gloria a Lui e Altissimo, è un’esistenza immateriale perfetta, immune dalla materialità in modo assoluto.

1. La prova della necessità dell’esistenza e della negazione della divisione

I filosofi, tra cui Ibn Sīnā (Avicenna) nella costruzione della sua prova sull’, hanno dimostrato che la Prima Causa deve essere necessaria nell’esistenza per se stessa, cioè ricca di ogni cosa e senza bisogno di un artefice.

Se Dio fosse materiale, sarebbe esteso e avrebbe dimensioni, e tutto ciò che è esteso è composto di parti e frazionabile. E la cosa composta ha bisogno, nel suo realizzarsi, delle sue parti; il tutto ha bisogno della parte, e il bisogno contraddice del tutto il rango dell’, ricco in modo assoluto. Dunque, deve essere razionalmente che Dio sia semplice e non composto, e questa è l’essenza stessa dell’esistenza immateriale.

2. La prova della negazione del cambiamento e del divenire

La materia ha come attributo essenziale il movimento, il cambiamento e la trasformazione da uno stato all’altro, cioè il passaggio dalla potenza all’atto.

E il cambiamento significa che l’essenza è priva di una qualche perfezione e poi tende ad essa, oppure è esposta agli accidenti del tempo e del luogo, come la crescita o lo spostamento. L’, invece, deve essere una perfezione assoluta e stabile, che non è colta dalla deficienza o dal divenire; perché il movimento esige l’esistenza di un motore anteriore. E poiché Dio è immune dal movimento e dal cambiamento materiali, Egli è inevitabilmente un’esistenza immateriale, al di fuori dei limiti del tempo e dello spazio.


5. L’applicazione all’uomo

Se l’esistenza si divide in materiale e immateriale, e il Creatore è immateriale perfetto, e gli esseri cosmici sono governati dalle loro forme, allora l’uomo rappresenta il punto d’incontro tra questi due mondi; egli non è una mera macchina biologica caduca, ma un essere composto di un corpo materiale e di un’anima o uno spirito immateriale.

1. La prova della stabilità dell’«io»

Le cellule del corpo materiale dell’uomo cambiano e si rinnovano nel corso degli anni, e le sue dimensioni fisiche mutano dall’infanzia alla vecchiaia. Se l’uomo fosse pura materia, ne conseguirebbe che la sua identità cambiasse col mutare della sua materia e delle sue cellule.

Ma la realtà interiore dimostra che l’uomo avverte la stabilità della propria identità e l’unità del proprio io, tanto da dire: sono io ad aver fatto la tale cosa vent’anni fa. Questa stabilità e continuità nella coscienza dell’io, nonostante il mutare della materia corporea, dimostra l’esistenza di una sostanza immateriale e stabile dietro il corpo materiale, ossia lo spirito.

2. La prova dell’uomo volante in Ibn Sīnā

Ibn Sīnā (Avicenna) formulò questa prova razionale pura per oltrepassare i sensi.

Ibn Sīnā ipotizza che, se l’uomo fosse creato all’improvviso con la sua piena coscienza e ragione, e fosse posto sospeso in un’aria vuota in modo tale che i suoi cinque sensi gli fossero del tutto preclusi — così da non sentire i suoi organi, né toccarsi il corpo con le mani, né vedere o udire alcunché — Ibn Sīnā si chiede: quest’uomo afferma l’esistenza del proprio io? La risposta è: sì, resterà certamente consapevole dell’esistenza del proprio io e del fatto di esistere, nonostante l’assenza di ogni percezione del suo corpo materiale. Questa percezione diretta dell’io, unita al totale astrarsi dal corpo, dimostra razionalmente che l’io cosciente, ossia lo spirito, è una realtà immateriale diversa dal corpo materiale e non è uno dei suoi accidenti.

3. La teoria del movimento sostanziale in Mullā Ṣadrā

Mullā Ṣadrā (Mulla Sadra) sviluppò una profonda visione filosofica che spiega il legame perfezionatore tra la materialità dell’uomo e il suo spirito immateriale attraverso la teoria del movimento sostanziale.

Egli ritiene che lo spirito umano non venga introdotto nel corpo dall’esterno in modo improvviso, ma che la materia umana — dalla goccia di seme al feto — nel pieno del suo movimento e della sua intensificazione essenziale e intrinseca, si perfezioni e ascenda fino a fruttare e generare un’esistenza immateriale. Per lui lo spirito è materiale nel suo prodursi, cioè sorge inizialmente dipendendo dal corpo materiale, ma è immateriale nel suo permanere; nel senso che, man mano che cresce e si perfeziona con le scienze e le conoscenze, si rende indipendente dalle leggi materiali, finché, quando giunge la morte, si separa dal corpo e continua nella sua esistenza propria, perché ha già raggiunto il grado dell’immaterialità che non è raggiunto dal perire e dalla dissoluzione fisica.


Il risultato metodologico

Sulla base di questo fondamento razionale concatenato, giungiamo a una visione logica e coerente che conferma che l’esistenza è più ampia della materia fisica inerte; ci è infatti apparso, attraverso le prove esposte, che la Prima Causa, ossia il Creatore, è un’esistenza immateriale perfetta, e che tutto ciò che è materiale in questo universo — dai pianeti agli atomi fino all’uomo — è un esistente che riunisce un lato materiale e un lato immateriale.

E da questo punto dimostrato si apre spontaneamente la porta alla comprensione delle indagini successive sulla perfezione di quest’anima, sul bisogno delle legislazioni e degli atti di culto, e sull’ineluttabilità del ritorno e della giustizia divina.

Non ogni verità è misurabile e pesabile; la ragione coglie un'esistenza immateriale che non soggiace al luogo, alla dimensione e alla divisione.