Origine
L'idea di Dio: l'impronta dell'Artefice e l'ineluttabilità dell'esistenza
La semplice capacità della mente di concepire il Dio assoluto non è un'illusione passeggera; la mente non crea le proprie idee dal nulla, ma svela un'impronta esistenziale in essa stampata, che rimanda alla sua fonte.
Introduzione: la mente come specchio, non come fabbrica
Per lunghi secoli la mente umana è stata considerata un campo assoluto di libertà, capace di creare mondi e fantasie senza fine. Ma il vaglio filosofico e l’analisi scientifica strutturale conducono a una verità del tutto diversa: la mente dell’uomo non è una fabbrica che produce dal nulla la materia prima delle idee, ma è uno «specchio» estremamente evoluto, che riordina, riplasma e ricompone ciò che è già depositato ed esistente in questo universo.
Se seguiamo il meccanismo di produzione delle teorie scientifiche e di formulazione delle invenzioni tecniche, giungeremo a una rigorosa legge conoscitiva: la mente non inventa nuove regole, ma scopre l’esistente e lo applica. E applicando questa legge fisica e filosofica alla più grande e profonda idea che abbia mai occupato la coscienza umana nella storia — l’idea del «Dio assoluto» — giungiamo a una conclusione ineluttabile e sconvolgente nella sua semplicità e coerenza: la mera capacità della mente umana di concepire Dio, tanto nei credenti quanto negli atei, è di per sé la prova più grande e più splendida dell’ineluttabilità della Sua esistenza.
1. Il concetto di filosofare esistenziale e il termine Ex Nihilo
Per comprendere l’incapacità della mente umana di creare in modo assoluto, dobbiamo prima capire uno dei termini filosofici e teologici più rigorosi della storia: il termine latino Ex Nihilo, che significa letteralmente «dal puro nulla» o «da niente».
Nella filosofia metafisica, la creazione o produzione si divide in due tipi:
- La creazione dal nulla (Creatio ex nihilo): è il portare all’esistenza una cosa da nulla che la preceda in assoluto; cioè assenza della materia, assenza del tempo, assenza del luogo, e poi l’improvviso sorgere dell’esistenza per opera di una potenza assoluta. Questo atto è una prerogativa puramente divina nelle dottrine e nelle filosofie dell’essere, in cui l’esistenza si effonde sul nulla e lo trasforma in ente.
- La fabbricazione e la formazione (Creatio ex materia): è il portare all’esistenza qualcosa di nuovo a partire da una materia prima già esistente, ed è il massimo che gli esseri umani possono fare.
Quando diciamo che è impossibile per la mente umana creare qualcosa Ex Nihilo, intendiamo che l’uomo non possiede la «prerogativa della produzione creatrice». La mente è governata dalla realtà: ha sempre bisogno di un primo mattone, di un segnale sensoriale o di una legge cosmica esistente per cominciare a pensare. La mente non può proiettare un’idea nell’esistenza se questa non ha una radice o una porzione di esistenza esterna che la alimenti di vita.
2. Anatomia della mente: il meccanismo di nascita delle teorie e delle invenzioni
L’impossibilità di creare Ex Nihilo, cioè di creare dal nulla, si manifesta nella sua forma più chiara quando guardiamo ai più elevati prodotti dell’umanità: le scienze e la tecnica.
1. Le teorie scientifiche: sollevare il velo su ciò che è celato
Quando uno scienziato formula una grande teoria che cambia il corso della storia, l’espressione precisa di ciò che ha fatto è «scoperta», non «invenzione». Isaac Newton (1642–1727 d.C.) non ha creato la gravità; Albert Einstein (1879–1955 d.C.) non ha inventato il tessuto dello spaziotempo; e la meccanica quantistica non è stata prodotta dal nulla dalla mente di Max Planck (1858–1947 d.C.).
La teoria parte sempre dall’osservazione di un’«anomalia» o di una lacuna nella realtà osservata, seguita da un processo di astrazione razionale e matematica. Questa astrazione non è la creazione di un nuovo sistema dal nulla, ma il tentativo di decifrare l’ordine geometrico e fisico già esistente nell’universo fin dall’istante del Big Bang. Qui la mente riceve le leggi cosmiche latenti e le traduce in un linguaggio umano e in equazioni.
2. Le invenzioni tecniche: l’ibridazione e la biomimetica
Le più rivoluzionarie e affascinanti invenzioni umane non sono che un evoluto processo di «riciclaggio» di dati sensoriali e materiali già esistenti. La mente umana svolge qui il ruolo dell’«ibridatore» o del creatore di combinazioni: accoppia due strumenti o due idee già esistenti per produrre una nuova funzione, ma non ne crea la materia prima.
Per esempio, un’invenzione come l’«aeroplano» non fu un balzo fuori dalle leggi dell’universo né una creazione dal nulla, bensì la fusione di metalli estratti dalla terra, come l’alluminio e il ferro, l’applicazione diretta di leggi fisiche già esistenti come il principio di galleggiamento di Archimede (circa 287–212 a.C.), e una biomimetica letterale dell’architettura delle ali degli uccelli e del loro modo di fendere l’aria.
Lo stesso vale per il «trolley con le ruote»: la mente non ha inventato la ruota né la valigia, ma ha riorganizzato la relazione tra le due per risolvere un problema umano. Persino il «radar» è un’imitazione tecnica del sistema biologico che guida i pipistrelli attraverso gli ultrasuoni, e l’«intelligenza artificiale», nella sua profondità, è una riproduzione ingegneristica del modo in cui i neuroni si connettono nel cervello umano.
L’inventore umano somiglia esattamente allo «scultore»: lo scultore non crea il marmo, né inventa le leggi fisiche che permettono al suo scalpello di tagliare la pietra. Egli possiede soltanto la «visione» per rimuovere le parti in eccesso e far emergere la forma latente nel cuore della roccia. La mente, dunque, scompone e ricompone, ma è del tutto incapace di inventare una «materia prima» o un’«essenza» che non abbia radice nella realtà esterna.
3. La visione filosofica lungo la storia: l’impossibilità di immaginare il nulla
Questo meccanismo applicativo dell’invenzione non è sfuggito alle menti dei grandi filosofi nel corso della storia; anzi, ha costituito il fondamento delle scuole conoscitive dalla Grecia all’età moderna, confermando che tutto ciò che è nella mente deriva dall’esistenza.
1. La filosofia greca: da Parmenide ad Aristotele
Parmenide (circa 515–450 a.C.): pose la pietra angolare con la sua rigorosa massima: «L’essere è, il non-essere non è». Sostenne che la mente non può pensare se non l’essere, perché il nulla non ha realtà, ed è impossibile per la mente ricavare un’immagine o un’idea da niente.
- Le prove e la spiegazione: Parmenide portò una dimostrazione razionale fondata sull’«impossibilità della contraddizione conoscitiva»: ogni idea che la mente medita deve necessariamente sfociare in un oggetto, e l’oggetto deve «essere» per poter essere pensato. Se la mente tenta di pensare il «nulla assoluto», o lo trasforma in oggetto (conferendogli così un certo modo di esistenza e di coseità nella mente) oppure è del tutto incapace di abbracciarlo. La spiegazione è che il puro nulla non possiede identità né proprietà, e ciò che non ha essenza non effonde immagine; pertanto la coscienza umana è interamente assorbita nell’essere, e ogni idea che vi si delinea è impronta di un’esistenza reale ad essa anteriore, e non può germogliare dal vuoto del nulla.
Platone (circa 427–347 a.C.): ritenne che le idee e i concetti universali, come la giustizia, la bellezza e l’idealità, non vengano inventati dalla mente umana Ex Nihilo, ma siano una «reminiscenza» (Anamnesis): l’anima contemplava queste verità nel «mondo delle idee» prima della sua discesa nel mondo materiale, e l’apprendimento qui è recupero di ciò che preesiste.
- Le prove e la spiegazione: Platone ragionò con la «prova dei concetti universali assoluti»: nel nostro mondo materiale non vediamo che cose belle e mutevoli (una rosa bella, un dipinto bello), ma possediamo nelle nostre menti un concetto stabile e assoluto della «Bellezza in sé» che non muta col mutare della rosa o col suo appassire. E poiché questo concetto perfetto non esiste nel mondo materiale mutevole e deficiente, la mente è incapace di inventarlo e comporlo da dati materiali imperfetti. L’interpretazione platonica vede questi concetti come «verità esistenziali oggettive e indipendenti», la cui immagine si è impressa nell’anima quando essa le contemplò nel mondo eterno delle idee, e il processo del pensare e del ragionare nel mondo terreno non è che uno spolverare la polvere della materia dalla memoria spirituale per recuperare l’origine dell’essere in essa latente.
Aristotele (384–322 a.C.): consolidò il principio della totale dipendenza dall’esistenza esterna con la sua celebre regola conoscitiva: «Nulla è nell’intelletto che non sia prima stato nel senso». Per lui la mente nasce come una tavola bianca, e tutte le idee, senza eccezione, sono riflesso, ricavo e astrazione di immagini e riscontri reali diffusi dall’esistenza esterna e recepiti dai sensi.
- Le prove e la spiegazione: Aristotele si appoggiò alla «prova dell’estensione sensoriale e dell’astrazione conoscitiva» per dimostrare filosoficamente che la mente umana è strutturalmente sterile nel produrre o inventare una qualunque «materia prima» delle idee da sé, e che le è impossibile concepire alcunché dal puro nulla; la prova è che chi perde uno dei cinque sensi (come il cieco dalla nascita) è del tutto incapace, con la mente, di inventare o concepire il concetto legato a quel senso (come i colori). Su Aristotele ci si appoggia proprio in questa dimostrazione come pilastro decisivo per provare Dio; poiché la mente non possiede la prerogativa della «produzione conoscitiva dal nulla», e poiché il concetto di «Perfetto assoluto, immateriale ed eterno» non ha simili o parti materiali frazionate nel mondo della materia deficiente da cui comporlo come gli altri miti, l’esistenza di questo concetto nella mente umana e il suo continuo dibattito esigono necessariamente l’esistenza di una realtà esterna oggettiva che lo ha effuso. E da questa porta d’accesso sensoriale Aristotele formulò la sua celebre dimostrazione teologica del «Primo Motore immobile»: egli ritiene che, quando i sensi osservano la realtà del «movimento e del cambiamento» nell’universo, ciò conduca la mente per necessità a ricavare il concetto della «Prima Causa fissa ed eterna». Così Aristotele dimostra che l’idea di Dio nella mente non è un’illusione scaturita dal vuoto, ma la conseguenza ineluttabile di dati reali diffusi dall’esistenza esterna, che la mente ha astratto perché rimandassero al loro Artefice.
2. La filosofia occidentale moderna: il rigore dell’esperienza
René Descartes (1596–1650 d.C.): pioniere della filosofia razionalista moderna, indagò l’origine delle idee innate e di perfezione all’interno della mente umana e il loro rapporto con l’influsso esterno.
- Le prove e la spiegazione: Descartes portò la «prova dell’Essere perfetto» (l’impronta esistenziale): sostenne di trovare in sé e nella propria mente un’idea chiara e distinta di un essere infinito, perfetto, onnipotente e onnisciente (Dio). E poiché egli è un essere limitato e deficiente, e la legge razionale della causalità stabilisce che «la causa deve contenere tanta perfezione quanta ne uguaglia o ne supera l’effetto», è impossibile che la sua mente limitata e deficiente sia l’artefice e la causa dell’idea di «infinito e perfezione». L’interpretazione cartesiana afferma con certezza che l’idea della perfezione assoluta non è stata inventata dalla mente dal nulla, né ricavata dalle esperienze della materia deficiente, ma è un’«idea innata primordiale» che l’Artefice perfetto ha impresso nella struttura della mente umana al momento della sua creazione, perché rimandi a Lui come l’impronta dell’Artefice stampata sulla sua opera, a dispetto dei vincoli della materia.
John Locke (1632–1704 d.C.): concordò con i filosofi della scuola empirista nell’idea di dividere le idee in semplici e composte, e considerò la mente una tavola bianca che riceve le sue prime impressioni direttamente dall’esperienza esterna.
- Le prove e la spiegazione: Locke formulò la sua prova attraverso la «prova della scomposizione delle idee composte»: dimostrò che la mente umana non può mai concepire una qualità sensoriale nuova che non abbia sperimentato (come gustare un sapore inedito o annusare un odore mai passato per le sue narici). Per lui l’interpretazione si divide in due fasi: la sensazione esterna e la riflessione interiore. La mente riceve le «idee semplici» (come la solidità, il colore e il calore) dall’esterno in modo passivo, senza poterle respingere o inventare, e il massimo che la coscienza possiede in seguito è ricomporre e ripetere queste unità semplici per produrre «idee composte». Se le materie prime mancano dalla realtà esistenziale, la mente resta del tutto paralizzata e incapace di formulare alcuna idea.
David Hume (1711–1776 d.C.): affermò che il grado più ardito dell’immaginazione non è che una copia delle impressioni sensoriali; se non hai visto un certo colore o osservato una certa materia, è impossibile per la tua immaginazione crearli dal puro nulla.
- Le prove e la spiegazione: Hume propose la «prova del rintracciamento delle impressioni»: lanciò una celebre sfida filosofica in cui chiede a chiunque di analizzare la più stravagante e irreale delle proprie idee, per scoprire che essa si risolve infine in parti sensibili che la memoria ha raccolto dalla natura (come l’oro e la montagna per produrre una montagna d’oro). La sua spiegazione si basa sulla rigorosa distinzione tra l’«impressione sensoriale diretta» e l’«idea mentale», che non è che una copia sbiadita e meno viva di quell’impressione esterna; l’immaginazione umana è del tutto rinchiusa entro le mura di ciò che l’uomo ha visto, udito e toccato nell’esistenza, e la sua astrazione è un mero gioco con le ombre esistenziali che si riflettono su di lui.
Immanuel Kant (1724–1804 d.C.): affermò che la mente è governata da categorie a priori, come il tempo, lo spazio e la causalità, programmate nella struttura della coscienza, e che l’uomo non può immaginare o pensare al di fuori del quadro di queste leggi cosmiche impostegli dall’ordine della creazione.
- Le prove e la spiegazione: Kant ragionò con la «prova delle condizioni necessarie della percezione», mostrando che la mente umana non può mai immaginare qualcosa che cada al di fuori dell’ambito del «tempo» o dello «spazio», né concepire un evento che sorga senza «causalità». Queste categorie non sono idee composte dalla mente né acquisizioni libere, ma sono gli «schemi e le strutture rigorose» attraverso cui la coscienza umana è stata progettata per operare, così da organizzare i dati dell’esistenza esterna. L’interpretazione kantiana chiarisce che l’uomo è strutturalmente incapace di immaginare un mondo senza dimensioni, il che dimostra che l’attività della mente è del tutto soggetta e vincolata ai limiti e all’architettura dell’ordine della creazione, impostigli in anticipo, e che essa non possiede la libertà di una generazione assoluta al di fuori di queste leggi.
3. La filosofia islamica e la scuola della filosofia trascendente
Ibn Sīnā (370–428 A.H. / 980–1037 d.C.) (Avicenna): stabilì che l’anima umana, all’inizio del suo formarsi, è un «intelletto ilico» (termine filosofico che indica l’intelletto nel suo stato primitivo e originario, come una tavola bianca e pulita, priva di immagini o informazioni ma dotata di una disposizione e di una capacità preesistente ad apprendere e ricevere conoscenza, esattamente come la materia grezza o l’argilla non ancora plasmata). Affermò che questo intelletto dipende inizialmente in modo totale dal «senso comune» (la facoltà mentale interiore che raccoglie e unifica le sensazioni provenienti dai cinque sensi esterni, come legare la forma della mela al suo odore e al suo sapore) e dalla facoltà «immaginativa» per raccogliere le immagini del mondo esterno, ed è del tutto incapace di inventare una qualunque «essenza» (cioè la realtà della cosa e la sua sostanza fondamentale che la rende ciò che è) se questa non ha radice e origine reale nella realtà esistenziale.
- Le prove e la spiegazione: Ibn Sīnā si appoggiò alla «prova dell’astrazione degli universali e della distinzione dell’essenza», chiarendo che la coscienza umana comincia da zero come facoltà predisposta e del tutto vuota (come la materia prima), e poi vi si incidono e vi si imprimono le immagini delle cose attraverso il passaggio dei sensi esterni e interni. Filosoficamente, lo Shaykh al-Raʾīs distinse tra il «concepire essenze composte» (la libera capacità della mente di scomporre e comporre le idee raccolte in precedenza per produrre forme immaginarie nuove mai viste insieme, come applicare ali d’uccello al corpo di un cavallo per produrre il cavallo alato dei miti) e l’«impossibilità di inventare un’essenza semplice e primordiale estranea all’esistenza esterna» (come la totale incapacità della mente di inventare un colore del tutto nuovo mai visto da alcun occhio). L’interpretazione avicenniana ritiene che la mente, nel suo moto astrattivo per ricavare le leggi universali generali, non si separi mai dalla realtà; anzi, è l’esistenza esterna con il suo ordine e le sue leggi a guidare e spingere la mente umana per necessità a cogliere e comprendere i grandi assiomi (come il concetto di causalità e l’ineluttabilità dell’esistenza di un Creatore «Essere Necessario»; cioè il Dio che possiede l’esistenza da sé e non ha bisogno di altro): queste verità si impongono alla coscienza attraverso la realtà esterna, e la mente non le fa germogliare dal nulla.
Shihāb al-Dīn al-Suhrawardī (549–587 A.H. / 1154–1191 d.C.): ritenne che le immagini e le fantasie che l’uomo immagina e per le quali non troviamo un’applicazione o un riscontro materiale diretto nel nostro mondo visibile non siano un nulla o un vuoto creato dalla mente da niente, ma siano immagini vive, esistenti e realmente realizzate in un altro rango esistenziale noto come «mondo dell’immagine» o «isthmus intermedio» (un mondo reale che si colloca in mezzo tra il mondo della materia sensibile e il mondo degli intelligibili puri, e che contiene le immagini delle cose, le loro misure e le loro forme, ma senza la loro materia pesante), e l’anima umana testimonia e si affaccia a questo mondo attraverso la limpidezza dello spirito, il disvelamento e l’illuminazione conoscitiva.
- Le prove e la spiegazione: al-Suhrawardī formulò la sua prova sulla base della «prova della manifestazione intellettuale»: sostenne che ciò che si chiama immagine fantastica o impossibile (le cose che l’illuso crede che la sua mente inventi e crei dal puro nulla) sono immagini che vediamo nelle nostre menti e che hanno dimensioni, misure e colori determinati. La sua regola filosofica dice che «il puro nulla non ha dimensioni, né colori, né qualità»: come potrebbe il nulla, in cui non c’è nulla, fruttare e dare un’immagine dotata di forma e colore? Se la mente le producesse dal vuoto, sarebbe creatrice dell’essere dal nulla, e ciò è falso. L’interpretazione illuminativa decisiva ritiene che qui la mente umana non sia né artefice né fabbrica che crea queste immagini, ma sia soltanto una «manifestazione» (uno specchio levigato e pulito) su cui si riflettono e in cui si manifestano immagini esistenti e realmente realizzate in quel «mondo dell’immaginazione separato e indipendente dall’essenza dell’uomo», e la coscienza umana si connette a questo mondo per via riflessiva, il che dimostra che ogni idea o immagine nella mente deriva da un rango esistenziale reale e non è generata dal nulla.
Mullā Ṣadrā al-Shīrāzī (979–1050 A.H. / 1571–1640 d.C.) (Mulla Sadra): operò la più profonda rivoluzione conoscitiva nella scuola della Filosofia TrascendenteFilosofia Trascendente — pronunciato ‘al-HIK-ma al-mu-ta-AA-li-ya’ — الحكمة المتعالية La scuola di Mulla Sadra, che unisce filosofia razionale, teologia coranica e intuizione spirituale. attraverso i suoi fondamenti basati sulla «primalità dell’esistenza», stabilendo che l’esistenza è l’unica realtà vera estesa in tutto l’universo, e che il nulla è pura negazione, non è affatto una cosa e perciò è impossibile che effonda o dia alcuna immagine alla mente; tutto ciò che la mente concepisce è un modo e una forma dei modi dell’esistenza e ha una parte e una porzione di realtà. Considerò inoltre che il processo dell’immaginazione non è un mero recupero di immagini antiche, ma è un’«intensificazione esistenziale» dell’anima (un’ascesa e un’elevazione nel grado dell’esistenza) perché l’anima si connetta a un rango superiore chiamato «Intelletto agente». E insistette sulla regola della «povertà esistenziale» dell’anima umana (concetto filosofico centrale che significa che l’anima, nella sua essenza e sostanza, è creata, bisognosa, debole, e dipende totalmente e in ogni istante da Allah perché la alimenti di esistenza, vita e conoscenza; essa è come il raggio del sole che non ha consistenza né esistenza senza il sole stesso); pertanto l’anima non possiede la capacità di creare e produrre in modo indipendente le idee dal puro nulla (Ex Nihilo), ma ogni percezione e immaginazione che la attraversa è una manifestazione, un’effusione e una luce conoscitiva che le fluisce dal Ricco assoluto.
- Le prove e la spiegazione: Mullā Ṣadrā ragionò con la «prova della primalità dell’esistenza» e la «regola dell’omogeneità» (regola filosofica secondo cui deve esserci proporzione e affinità tra la causa e l’effetto; ciò che non possiede una cosa non può darla). Dimostrò filosoficamente che il puro nulla non ha coseità né effetto, e pertanto è razionalmente impossibile che ne scaturisca un concetto, un’idea o un’immagine nella mente dell’uomo, perché la negazione dell’essere non frutta essere. L’interpretazione sadriana stabilisce, su questa base, che l’anima umana descritta come «povertà esistenziale» (pura dipendenza dal Creatore) non può effondere su se stessa una perfezione conoscitiva né inventare spontaneamente dal nulla l’idea di «Perfetto assoluto, infinito e Necessario»; come potrebbe una coscienza limitata, deficiente e povera per essenza inventare l’idea della ricchezza e della perfezione assoluta? Ciò che non possiede una cosa non può darla. Perciò la percezione, da parte della mente umana, dell’esistenza e della perfezione assoluta non è un errore o un’illusione a cui l’anima si è abituata, ma è il risultato di un’«intensificazione esistenziale» e di un legame reale che congiunge l’anima all’«Intelletto agente» effusore di conoscenza. E queste elevate idee universali non sono che manifestazioni ed effusioni reali e luminose che l’esistenza divina, Ricca e assoluta, versa nell’intimo della coscienza umana, così che l’idea è essa stessa una prova vivente e un legame testimoniale che proclama l’esistenza dell’Artefice effusore.
4. La confutazione dei dubbi: il problema delle creature leggendarie e la presunta natura mitica di Dio
Sulla soglia di questo procedere conoscitivo, il pensiero materialista e ateo solleva un’obiezione che in apparenza sembra logica per scardinare questa costruzione, nota nelle dispute filosofiche come «problema delle creature leggendarie», il cui contenuto è:
«Se l’incapacità della mente di creare dal nulla è prova dell’esistenza di Dio, perché allora la mente concepisce il drago, il cavallo alato, gli abitanti dello spazio e le creature metafisiche, che non esistono all’esterno? Non potrebbe l’idea di Dio essere solo un’altra leggenda mitica composta dalla mente?»
Smontare strutturalmente e filosoficamente questo dubbio richiede di chiarire la differenza essenziale ed esistenziale tra la «fabbricazione del mito» e la «percezione della realtà assoluta e semplice».
1. Il meccanismo di falsificazione del mito: l’assemblaggio di pezzi materiali
Quando l’uomo immagina una creatura leggendaria come il drago, il cavallo alato, o un terrificante essere alieno, la sua mente non pratica affatto una creazione dal nulla Ex Nihilo. Qui la mente opera come un dispositivo di elaborazione visiva; non possiede la capacità di inventare una nuova materia prima, ma attinge alla sua riserva sensoriale derivata dalla realtà materiale e avvia un processo di scomposizione e ricomposizione:
- Il cavallo alato: fusione dell’immagine di un cavallo materiale con l’immagine di un’ala d’uccello materiale.
- L’essere alieno: combinazione di tentacoli di piovra, occhio d’insetto, pelle di rettile e dimensioni di dinosauro.
La mente qui non ha inventato la materia prima delle idee, ma ha inventato soltanto la «proporzione e la composizione», che è la funzione della facoltà «immaginativa» nella filosofia islamica, la quale scompone e ricompone immagini della materia sensibile preesistente. Il mito, dunque, ha parti materiali note e ha simili e analoghi in natura.
2. Il meccanismo di percezione di Dio: l’astrazione e l’assoluto semplice
Quando passiamo dal mondo dei miti all’idea di «Dio» nella sua profondità filosofica, ci troviamo di fronte a un concetto del tutto diverso; le caratteristiche essenziali che costituiscono questa idea sono: la semplicità assoluta priva di parti, l’immaterialità, l’atemporalità, l’aspazialità, la ricchezza per essenza e la necessità dell’esistenza.
Qui il paragone dell’ateo crolla e appare l’inganno; poiché chiediamo alla mente atea: da dove hanno raccolto i tuoi sensi la materia prima di queste caratteristiche per comporle o ingrandirle? L’uomo non ha mai osservato nella sua vita qualcosa di «immateriale» da comporre o da cui copiare, non è mai vissuto in un ambiente «atemporale» da cui trarre un’impressione sensoriale immagazzinata, e non ha mai visto in questo universo osservabile un solo essere «ricco per essenza» che non dipenda da altro; anzi, tutto ciò che lo circonda è un essere deficiente, bisognoso e transitorio.
La mente possiede la capacità di inventare un «mito» perché le sue materie prime sono disponibili sotto mano nel mondo della materia; possiede l’immagine del cavallo e possiede l’immagine dell’ala. Ma è del tutto incapace di inventare l’idea dell’«estensione infinita e di Dio», perché non possiede alcun primo mattone o materia prima in questo universo materiale che somigli all’assoluto o all’eterno. Il mito è composizione di parti materiali, mentre Dio è una realtà semplice e astratta, priva di parti nel mondo della materia da cui comporlo.
3. La risposta di Ibn Sīnā: la regola della distinzione tra il necessario e l’impossibile
Lo Shaykh al-Raʾīs Ibn Sīnā (370–428 A.H. / 980–1037 d.C.) (Avicenna) distinse, nelle indagini su «esistenza ed essenza», tra la capacità della mente di concepire l’«impossibile essenziale leggendario» e la sua concezione dell’«Essere Necessario».
Quando la mente concepisce un mito, come una montagna di rubino, essa compone un’«essenza nominale» da essenze esistenti all’esterno e attribuisce loro un’esistenza accidentale immaginata. Ma quando concepisce «Dio», la mente non concepisce un’essenza composta, bensì si dirige direttamente alla pura esistenza e alla sua semplicità ricca. La mente umana coglie per necessità, attraverso l’assioma della causalità, che ogni contingente ha una causa, e poiché la catena non può procedere all’infinito, essa si trova costretta e condotta a postulare un «primo punto d’appoggio» su cui poggia l’universo, e questo è l’Essere NecessarioEssere Necessario — pronunciato ‘WAA-jib al-wu-JOOD’ — واجب الوجود Nella filosofia islamica è la realtà la cui esistenza non dipende da altro e da cui ogni cosa contingente riceve l'essere.. La concezione leggendaria è un gioco di immagini; la concezione di Dio è invece una risposta razionale ineluttabile all’ordine dell’esistenza esterna e una tensione necessaria verso la Prima Causa.
4. La risposta di Mullā Ṣadrā: la prova dell’omogeneità e della povertà esistenziale
Sulla base della dottrina della filosofia trascendente, Mullā Ṣadrā (979–1050 A.H. / 1571–1640 d.C.) (Mulla Sadra) annienta il dubbio del «Dio-mito» in virtù della regola dell’omogeneità, cioè dell’affinità e della proporzione; perché la mente percepisca una cosa, deve esserci omogeneità tra il conoscente e il conosciuto. La mente umana, nella sua identità esistenziale, è «povertà esistenziale», cioè un essere di pura necessità e dipendenza da altro. Ed è impossibile che il deficiente e limitato si slanci da sé a percepire o concepire il concetto di «ricchezza assoluta, infinito e perfezione», perché ciò che non possiede una cosa non può darla, e la povertà non produce il concetto di ricchezza per essenza.
Su questa base, la nostra concezione della perfezione e dell’infinito non è un mito che abbiamo composto, ma è un’impronta esistenziale e una forza di attrazione che il Ricco assoluto ha effuso sulle nostre anime. E come lo smarrimento dell’ago e la sua inclinazione esigono l’esistenza di un campo magnetico invisibile che lo attrae, così il girare e lo smarrimento della mente umana attorno al concetto di «perfezione assoluta» sono l’effetto e il riflesso dell’esistenza di questo «magnete esistenziale perfetto» all’esterno, ossia Allah.
5. La risposta dei gnostici: la regola della corrispondenza tra esistenza e perfezione
I gnostici e i filosofi ritengono che l’uomo possieda una tensione innata e un immenso struggimento verso la «perfezione assoluta», cioè la scienza infinita, la potenza assoluta e la permanenza eterna, uno struggimento che non si spegne mai. E se l’ateo pretende che questa tensione sia come la concezione degli «abitanti dello spazio», gli si risponde che lo struggimento per la creatura leggendaria o aliena si esaurisce non appena la si concepisce o la si disegna, ed essa è limitata dai confini della materia e della funzione. Lo struggimento umano per la perfezione, invece, è esteso senza fine; se l’uomo possedesse la terra, chiederebbe il cielo.
E poiché l’ordine cosmico è costruito sulla saggezza e sulla coerenza assoluta, l’esistenza della fame è l’effetto dell’esistenza del cibo, l’esistenza della sete è l’effetto dell’esistenza dell’acqua, e l’esistenza di questo «struggimento infinito e della sua concezione presente nella coscienza dell’uomo» è prova decisiva dell’esistenza di un «amato e fine perfetto e infinito» all’esterno, che soddisfa questa ampiezza e questa povertà esistenziale nell’anima umana.
5. L’applicazione ineluttabile: l’idea di Dio e l’impronta dell’Artefice
Se queste regole filosofiche e scientifiche si assestano e concordano — cioè che la mente non inventa la materia prima delle proprie idee dal nulla, che ogni immagine mentale deve avere una fonte esistenziale esterna alla mente, e che l’idea di Dio è immune dal meccanismo di composizione dei miti materiali — allora ci troviamo faccia a faccia con la questione di Dio come effetto ineluttabile.
Siamo qui davanti a una domanda filosofica cruciale che si impone: come ha potuto la mente umana — limitata, deficiente, temporale e circondata dalla materia da ogni lato — concepire il concetto di «Perfetto assoluto, illimitato, eterno e ricco per essenza»?
Da dove ha tratto l’umanità questa «materia prima» delle idee? La mente vive in un mondo materiale in cui osserva la deficienza in ogni istante; tutto ciò che ci circonda muore, si ammala, finisce ed è governato dai limiti dello spazio e del tempo. E poiché ciò che non possiede una cosa non può darla, è impossibile per questa mente immersa nella limitatezza produrre l’idea della «perfezione assoluta» Ex Nihilo.
1. La prova esistenziale e l’impronta dell’Artefice in Descartes
Il filosofo francese René Descartes (1596–1650 d.C.) impiegò questa logica con rigorosa precisione matematica per provare l’esistenza di Dio, e la sua idea si riassume nel fatto che l’idea della «Mente perfetta e assoluta» è chiara e distinta nella sua mente. E poiché la sua mente limitata non può essere la causa della creazione dell’idea dell’«illimitato» — perché la causa deve contenere tanta esistenza e perfezione quanta ne uguaglia o ne supera l’effetto — allora questo essere perfetto deve esistere realmente all’esterno, ed è Lui ad aver impresso questa idea nella mente umana come «impronta dell’Artefice sulla sua opera», esattamente come la firma che il Creatore lascia nell’intimo della creatura.
2. La prova dei Veritieri in Mullā Ṣadrā
Nella filosofia sciita più tarda e nella filosofia trascendente di Mullā Ṣadrā (979–1050 A.H. / 1571–1640 d.C.) (Mulla Sadra), questo significato è formulato attraverso la «prova dei Veritieri».
L’esistenza è un’unica realtà graduata, e la mente umana è un grado dei gradi di questa esistenza. Quando la mente concepisce il concetto di «esistenza assoluta, ricca di ogni cosa», cioè l’Essere NecessarioEssere Necessario — pronunciato ‘WAA-jib al-wu-JOOD’ — واجب الوجود Nella filosofia islamica è la realtà la cui esistenza non dipende da altro e da cui ogni cosa contingente riceve l'essere., questa concezione non può uscire dal nulla, perché il nulla non effonde nulla. E in virtù della regola dell’omogeneità, la capacità della mente di cogliere e concepire il culmine della perfezione e dell’infinito è l’effetto e il riflesso dell’esistenza di una realtà reale che diffonde questa attrazione esistenziale nella coscienza umana. La mente non ha inventato il concetto, ma il concetto le è stato imposto perché il suo Artefice lo ha impresso nella sua costituzione esistenziale.
3. Lo smarrimento dell’ateo: affermare il concetto per negarlo
Questa prova filosofica non si arresta ai confini dei credenti nella guida e nella natura originaria, ma si estende a includere gli atei e i negatori dell’esistenza divina. L’ateo, per negare e criticare Dio, deve anzitutto concepirLo nella propria mente con le Sue caratteristiche universali: onnipotente, onnisciente e creatore dell’universo. La domanda a cui l’ateismo è incapace di rispondere secondo le leggi della conoscenza è: da dove ha tratto la mente atea la materia concettuale di un essere immateriale e illimitato per poterlo negare?
Se l’idea di Dio fosse un’illusione o un’invenzione Ex Nihilo, sarebbe impossibile per la mente umana formarla in origine, perché l’illusione stessa è composizione di immagini materiali precedenti, come il cavallo alato. Dio, invece, non ha alcun simile materiale nell’universo che la mente possa comporre e ingrandire. Pertanto, la concezione che l’ateo ha di Dio per negarlo è un riconoscimento esplicito che il concetto è esistente e imposto alla sua coscienza dall’esterno, e non è il prodotto di una falsificazione interiore. Lo smarrimento dell’intera umanità, con i suoi credenti e i suoi atei, e il suo girare attorno a un unico centro di gravità che è la «perfezione», dimostra che vi è una realtà esistenziale che diffonde questo effetto e impone questa attrazione.
6. Conclusione: l’ineluttabilità esistenziale
Così come la realtà scientifica e filosofica ha dimostrato che l’aeroplano non è venuto dal nulla ma è venuto perché esistono uccelli e leggi dinamiche nell’universo che hanno fornito i dati alla mente, e così come la teoria della relatività non è germogliata dal vuoto ma perché il tessuto dello spaziotempo esiste realmente e ha atteso chi lo scoprisse, allo stesso modo il semplice fatto che la mente umana si impegni in un dibattito su Dio, per affermarLo o negarLo, è la prova più grande dell’ineluttabilità della Sua esistenza.
La mente limitata, circondata dalla materia e dal nulla, non può inventare da sé il concetto di «Perfetto assoluto e infinito», né possiede in questo universo pezzi materiali da cui comporlo come gli altri miti leggendari. La capacità dell’ateo di concepire Dio per rinnegarLo, e la capacità del credente di coglierLo per proclamarne l’unicità, significano che il concetto è stato imposto alla coscienza umana dall’esterno; e l’attrazione non avviene se non in presenza di un magnete. Il dibattito su Dio non è un’illusione partorita dalla mente, ma è un riflesso e un’impronta viva che l’Artefice ha stampato nel profondo dell’esistenza umana.
Il dibattito su Dio non è un'illusione inventata dalla mente, ma un'impronta esistenziale, un segno vivo che l'Artefice ha stampato nel profondo della coscienza umana.